Parco di San Giovanni

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La Città' e L'Ospedale 1900-1924


Sul finire del secolo e nei primi anni del Novecento, l’ondata immigratoria era stata particolarmente intensa. La popolazione di Trieste passava da 104.707 abitanti nel 1859 ai circa 230 mila dei 1910. (…) La classe operaia che si forma vede gli italiani presenti nell’industria come forza qualificata, mentre gli sloveni occupano posizioni inferiori, impiegati nei lavori più sporchi e pesanti nel porto oppure nella fabbrica della Ferriera. Nella città è presente un sottoproletariato che sopravvive nelle case sovraffollate, prive d’ acqua, in condizioni igieniche, che le autorità sanitarie denunciano come gravi (…) La borghesia nei confronti della povertà assume un atteggiamento moralizzatore e compassionevole. Coadiuvata dalla classe medica si rivolge agli operai con campagne contro l’alcoolismo, per l’educazione della donna nell’allevamento dei figli, si dimostra munifica nei confronti delle strutture ospedaliere e assistenziali per i poveri e per l’infanzia alle quali vengono riservati ingenti lasciti testamentari.
Sarà questa borghesia a sostenere l’iniziativa della realizzazione di un nuovo manicomio in cui vedeva una rappresentazione di quel progresso che caratterizzava la vita economica e sociale di fine secolo.
Il dott. Luigi Canestrini nel 1907 viene nominato direttore del nuovo manicomio di Trieste, che assume la dizione di frenocomio intitolato a Giorgio di Andrea Galatti, titolare dell’omonima industria elettrotecnica, che aveva lasciato tutta la sua sostanza di oltre un milione di corone per la sua erezione. Il frenocomio di Trieste entrava così a far parte di quella fitta rete di moderni manicomi che nel volume si presentavano con vasti giardini, orti, serre dove venivano mostrati i malati al lavoro, con padiglioni di elegante fattura architettonica eclettica secondo omogenei criteri costruttivi, caratterizzati dalla modernità tecnologica degli impianti di riscaldamento, delle cucine, dei servizi e in particolare dei bagni. (…) All’antico sistema di segregazione assoluta era subentrata una situazione nella quale era abolito tutto ciò che facesse pensare ad un reclusorio. In linea con i moderni frenocomi inglesi e tedeschi ed anche italiani, l'ospedale triestino era pensato come un villaggio aperto secondo il sistema “a porte aperte” (…)
Negli anni della guerra 1915-18 la fame e le malattie si abbattono sul manicomio, come sulla città, provocando la morte dei più deboli, ma i vuoti saranno occupati da altri malati provenienti dalle zone occupate, attraversate dalle truppe austriache e italiane, e dai campi di concentramento
Alla fine della guerra, che aveva visto la sconfitta dell’impero asburgico, Trieste salutava il ritorno all’Italia e cercava di riprendere la vita dopo anni di stenti e sofferenze. (…)
Dal punto di vista istituzionale vi sarà un lungo e difficile lavoro di adeguamento alla legislazione del Regno d’Italia. Per quanto riguarda il manicomio, il riferimento saranno la legge giolittiana del 14 febbraio 1904, n.36 e il regolamento di cui al R.D.16 agosto 1909 n.615. La legge, che aveva avuto il sostegno della Società di freniatria, si fondava sul principio della difesa della società dal pazzo che, in particolare, gli studi di impronta lombrosiana, consideravano un pazzo criminale in potenza. Da questa concezione discendeva la necessità dell’isolamento e della custodia dell’alienato (…) In base all’art. 6 della norma era fatto obbligo alle Province di provvedere alla spesa degli alienati poveri, così con deliberazione consiliare dell’11 gennaio 1924, presa in seguito a un accordo intervenuto tra la Giunta municipale e i rappresentanti della Provincia, il manicomio passava a quest’ultima diventando formalmente “Ospedale psichiatrico provinciale”. La gestione effettiva del Frenocomio, da parte della Provincia di Trieste, aveva inizio il 15 aprile 1924 . (…)
Tratto da Diana Diana De Rosa, in volume “L’Ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste. Storia e cambiamento 1908-2008”, Electa, 2008
Dopo il 1924, a causa dell’aumentato numero di ricoveri si dette il via a una serie di lavori di razionalizzazione degli spazi esistenti nei padiglioni (…). Successivamente si provvide alla realizzazione di un gabinetto radiologico, di uno oculistico e di un servizio odontoiatrico. Veniva anche istituito un gabinetto
otorinolaringoiatrico e antropometrico con un gabinetto fotografico. Nascevano, con compiti di prevenzione, la Società di Patronato per neuropsichici e il servizio “Assistenza libera”, che gestivano due dispensari, uno a Trieste e l’altro a Monfalcone. Il Patronato gestiva un proprio reparto all’interno dell’Ospedale che accoglieva “i piccoli mentali”, cioè i psicoastenici e tossicomani, le attività ricreative e una scuola per ricoverati analfabeti. Sempre a scopo ricreativo si tenevano giochi sportivi, la ginnastica ritmica, e proiezioni cinematografiche. (…)
Nel 1932 veniva emanato un regolamento organico e speciale dell’Ospedale che non presenta variazioni sostanziali, se non maggiori indicazioni riguardo al lavoro dei pazienti in particolare di quello agricolo che ora contemplava un’ampia gamma di lavori, di orticoltura, di praticoltura e di giardinaggio, pulizia e manutenzione dei parchi e viali e asporto delle immondizie, il governo del bestiame da traino, la manutenzione dei carri e dei finimenti, la pulizia delle stalle e la custodia dei fienili, l’allevamento suino e la
pollicoltura.
Spesso nelle squadre di pazienti adibiti ai lavori nel parco si potevano scorgere dei ragazzi dell’Istituto medico-pedagogico entrato in funzione nel 1928 nel padiglione Ralli per dare attuazione alla norma, già contenuta nella legge sui manicomi, per la cura e il recupero di bambini, “gravati da anomalie del carattere e dell’intelligenza”. Si trattava di bambini e ragazzi, bambine e giovani appartenenti a famiglie povere, “moralmente “ degradate, orfani o dati in affido, provenienti per lo più dalle classi differenziali delle scuole elementari. Questi scolari classificati dalla scienza medica come ebeti, ritardati, frenastenici in base ai test ideativi, di memoria, conteggio e affettivi e agli “interrogatori”, in uso nell’ospedale pischiatrico, ma ancora con possibilità di essere recuperati e inseriti nel mondo del lavoro con un’ istruzione di base, erano sottoposti a un regime basato su premi e punizioni per correggerne i comportamenti. Dimessi per legge allo scadere del 14° anno di età, molti di essi passeranno nel manicomio, mescolando le loro storie a quelle molto simili dei ricoverati nell’ ospedale psichiatrico.(…)
La popolazione che in questi decenni affolla il manicomio è costituita da uomini e donne appartenenti ai ceti popolari e agli strati sociali più miseri (…) Nelle storie di molti compare come evento traumatico la disoccupazione (…) All’impoverimento generalizzato della popolazione si accompagna l’aumento della prostituzione, dell’alcoolismo e dei suicidi. Il regime fascista nasconde il disagio sociale derivante dalla situazione economica precaria di una parte rilevante della popolazione con la distribuzione di sussidi e con la creazione di una rete di strutture assistenziali per i minori e le famiglie bisognose, in cui appare centrale il ruolo dell’antico Istituto dei poveri. (…)
Nel 1926 era morto il direttore Luigi Canestrini: egli apparteneva per la sua formazione alla concezione psichiatrica che affondava le radici nella psichiatria ottocentesca. Con il suo successore, il dott. Giovanni Sai, alla terapia fondata principalmente sui farmaci, sui bagni, sul riposo, su una sorta di condizionamento
comportamentale, sulla contenzione fisica, subentreranno altre tecniche basate sulla insorgenza di crisi convulsive e su interventi chirurgici, che si affermano nell’ambito di una concezione della psichiatria sempre più succube della neurologia. In una relazione, priva di firma, ma che lo stesso Sai avrebbe certamente
sottoscritto, fatta nell’immediato dopoguerra, in cui si manifesta grande fiducia nelle nuove terapie, si legge: “ Dal deserto terapeutico esistente subito dopo la fine della grande guerra, come sottolinea il Fiamberti, sorse ad opera di Wagner Von Jauregg la terapia malarica applicata alla paralisi progressiva, si veniva così a salvare da sicura morte e da uno stato di demenza profonda un gran numero di ammalati,
successivamente nel 1933 Manfredo Sakel escogitava la terapia del coma insulinico, arma formidabile contro la demenza precoce, i cui pazienti finivano col costitire il 50 % dei degenti del vecchio manicomio. Nel 1935 l’ungherese Meduna instaurava la terapia convulsiva per mezzo del Cardiozol; nel 1937 veniva proposta da Fiamberti la terapia acetilcolinica endovenosa che costituisce una efficace terapia contro al schizofrenia; nel 1938 un altro grande psichiatra italiano, il Cerletti, con l’elettroschok forniva un mezzo
formidabile di cura contro le forme distimiche e dissociative e quindi venivano instaurati trattamenti rivoluzionari con interventi chirurgici ad opera di Egas Moniz che praticava la prima leucotomia prefrontale e poi transorbitale ad opera di Fiamberti, Meneghel, Freemal, Moore ed altri” (…)
Nel 1940 l’Italia entrava in guerra a fianco della Germania nazista, e per Trieste incominciava la discesa in anni cupi e terribili che culminano con l’occupazione tedesca nel settembre del 1943.
L’Ospedale in questi anni accoglie i soldati inviati dall’ospedale militare creando un apposito “Reparto Militari” nel padiglione C. (…) All’inizio degli anni sessanta la situazione dell’Ospedale non era migliorata in
particolare per la presenza di un gran numero di anziani con un aumento di psicosi
senili, fenomeno dovuto all’invecchiamento della città. (…) La relazione sull’andamento del comprensorio per l’anno 1970 porta la firma del dott. Danilo Dobrina il quale riferiva come a seguito di tutta una serie di nuovi lavori e di ristrutturazione di padiglioni si era migliorata la situazione ambientale. Inoltre il lavoro di
responsabilizzazione degli infermieri nei confronti dei malati aveva consentito di far uscire quest’ultimi per alcune ore dai padiglioni, ritornando a quei criteri di conduzione che avevano animato i fondatori del manicomio nel 1908 secondo il modello dell’opendoor.
Tratto da Diana Diana De Rosa, in volume “L’Ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste. Storia e cambiamento 1908-2008”, Electa, 2008